MARCIA PER L’IRAN LIBERO, L’AFFONDO DI IRENE TESTA ALLE ISTITUZIONI: “NON È LA SOLIDARIETÀ CHE DEVE DARE LA POLITICA AL POPOLO IRANIANO. QUELLA LASCIAMOLA ALLA SOCIETÀ CIVILE”

Avrei voluto vedere le sigle con tante bandiere dei partiti che stanno in
parlamento, perché loro sì, possono fare qualcosa”.

La tesoriera del Partito Radicale Irene Testa, nella manifestazione che si è svolta
sabato 16 settembre in occasione dell’anniversario della morte di Mahsa Amini, ha
dichiarato: “Con molti di voi ci conosciamo perché in questo anno abbiamo
manifestato insieme, spesso ho ascoltato i vostri racconti e visto il vostro dolore
rispetto a quanto accade in Iran. Siamo stati per 37 volte, ogni sabato, davanti
all’ambasciata iraniana. Lo scorso anno proprio a seguito della morte di Mahsa
Amini, nel silenzio assordante dell’informazione e della politica italiana, come
Partito Radicale abbiamo fatto uno sciopero della fame per chiedere alle istituzioni di
intervenire sulla questione iraniana. Oggi ho sentito parlare di solidarietà e di
femminicidio, ma credo che quello che accade in Iran non sia una questione di
femminicidio. Perché non proviamo a chiederlo ai ragazzi che cosa significa vivere in
Iran? Penso che la questione non riguardi soltanto le donne e le ragazze, ma anche gli
uomini e i ragazzi della comunità LGBT. Sostengo che le istituzioni non possano e
non debbano parlare di solidarietà o venire a raccontarci i morti, le violenze e le
torture che ci sono state in Iran. Questo lasciamolo fare alla comunità iraniana. Io
credo che le istituzioni italiane debbano fare ben altro: si debbano adoperare nel
Parlamento italiano, ma presso le sedi del Parlamento europeo. Perché ogni gruppo
parlamentare ha i propri referenti anche al Parlamento europeo e sappiamo che va
fatto un lavoro di tipo politico e istituzionale. Va coinvolta la comunità
internazionale. C’è una cosa molto chiara che la comunità iraniana ha sempre chiesto
alla politica italiana e credetemi, in questo anno insieme a molti di voi, di porte ne
abbiamo bussate tante. Qualcuno ci ha aperto, ma quelle porte devono spalancarsi e
purtroppo non è ancora così. Lo vediamo oggi, dove sono i partiti? Sì, c’è stata
qualche presenza, ne siamo felici, rispetto al buio assoluto, tuttavia non basta una
presenza o un parlamentare. Qui avrei voluto vedere le sigle con tante bandiere dei
partiti che stanno in parlamento, perché loro possono fare qualcosa. La solidarietà va
lasciata alla società civile, non alla politica. Quindi penso che ci sia ancora molto da
fare. Credo che voi una cosa la dobbiate continuare a fare, ovvero stare uniti. Sapete
meglio di me che dividervi non aiuta, dividendovi fate il gioco del regime. Se non
siete voi ad aiutare i vostri concittadini che in Iran in queste ore sono in carcere,
vengono torturati e subiscono, pochi altri lo possono fare. C’è un’altra cosa che
voglio aggiungere prima di chiudere, le istituzioni italiane dovrebbero occuparsi

anche della comunità iraniana che vive qui in Italia. Conosco tante ragazze che
vivono in Italia con i documenti scaduti, costrette ad andare in ambasciata per
rinnovarli ed hanno paura. Perché non guardate che in questa piazza ci sono anche
ragazzi e ragazze coperti, con la mascherina, con i cappelli e con gli occhiali? Io
spero che qualcuno si sia chiesto il perché. Hanno paura persino qui nel nostro Paese,
quindi potete immaginare che cosa significa far andare questi ragazzi in ambasciata a
rinnovare i permessi di soggiorno e i passaporti. E chiedetevi, lo dico anche alla
Farnesina alla quale più volte abbiamo segnalato il fatto che questi ragazzi hanno
bisogno di aiuto, come fanno a trovare casa. Non parlo di quelli che sono qui da tanto
tempo e hanno degli appoggi, ma di quelli che sono venuti quando è iniziata la
Rivoluzione in Iran o per motivi di studio. Senza un permesso di soggiorno e senza
documenti, non gli danno neanche le case. C’è bisogno che tutta la politica,
maggioranza e opposizione, volga lo sguardo nei confronti della comunità iraniana e
lo faccia in ogni sede. È questo ciò che serve, non la solidarietà. O meglio, non solo
la solidarietà”.

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